La troupe

Giovedì scorso sono stata alla serata di premiazione  del concorso  Take Action! edizione 2014,  indetto dalla onlus BolognAIL. AIL si occupa di ricerca e di volontariato per la lotta alla leucemia e ogni anno, da ormai quattro edizioni, indice un concorso indirizzato a giovani videomaker con l’obiettivo di creare spot pubblicitari che esprimano in maniera efficace il lavoro svolto dall”associazione. Il video con cui ho partecipato all’edizione 2013 mi ha valso il primo premio e la possibilità di poter restare per 2 settimane sul set dell’ultimo film di Pupi Avati.

Quest’anno dunque le gentilissime ragazze di BolognAIL mi hanno chiesto, in quanto campionessa in carica che passa il testimone, di dire due parole in merito a quest’esperienza con Pupi Avati durante la serata di premiazione. Ora voi ormai lo saprete: io sono timida e non amo parlare in pubblico. Quindi per evitare imbarazzanti situazioni, tipo diventare tutta rossa, sbagliare un congiuntivo, sputare o inciampare salendo i gradini,  ho scritto un racconto che ho letto ad alta voce, buona buonina, al centro del palco.  Ve lo copio qui sotto.

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“La troupe

L’esperienza che ho avuto sul set del film “Un ragazzo d’oro” di Pupi Avati è stata tanto affascinante quanto surreale: la percezione è stata quella di entare in una sorta di bolla spaziotemporale scollegata dal resto della mia vita. Da un giorno all’altro mi son ritrovata su un set cinematografico, a portare caffè a Riccardo Scamarcio e a fare la controfigura di Giovanna Ralli. Non posso certo dire che l’avrei predetto.
 
Moltissime sono le cose di quest’avventura che mi hanno colpito, ma tra le tante sicuramente spicca l’aver avuto la possibilità di entrare a far parte, seppur solo per due settimane, del microcosmo che compone la troupe di un film. Perchè di microcosmo si tratta: una troupe cinematografica è un piccolo universo parallelo – scollegato dal mondo che circonda noi semplici mortali – fatto da tantissime persone (nel mio caso una trentina, ma in molti altri set sono anche centinaia!), tutte eccentriche o in qualche modo particolari, che diventano per tutta la durata delle riprese (e quindi anche per 1, 2, 3 intensissimi mesi) una famiglia. Si lavora, si mangia, si esce, si dorme, ci si arrabbia, si ride e si piange assieme. E ricordiamolo, la vita del set non è certo una passeggiata: ci si alza presto e si tengono i ritmi serrati dettati dall’Ordine del Giorno, la bibbia quotidiana che scandisce ogni mattina a ogni reparto della squadra quante e quali scene si devono preparare per – e qui cito il supremo Renè Ferretti – “portare a casa la giornata”.

Il primo giorno sul set, quando sono arrivata nell’elegantissima villa sul Tevere dove si giravano gli interni del film, la prima violenta impressione all’impatto con la troupe è stata quella di essere davanti a un animale a trenta teste e sessanta gambe: tutti sul set corrono in qualche direzione. Ad un occhio vergine pare di trovarsi in un marasma sconclusionato, poi dopo poco si capisce che invece ogni movimento ha un senso, ogni testa ha una missione e tutti lavorano alacremente senza interruzione e senza scontrarsi, in una sorta di magica capoeira collettiva, che si interrompe solo al boato dirompente della vociona di Avati che grida: …MOTORE:AZIONE!”
Al che, tutto si cristallizza: come nel gioco delle belle statuine, chiunque si pietrifica nella posizione in cui si trova, sia che abbia qualcosa in mano o che stia andando da qualche parte, perchè anche il minimo rumore potrebbe disturbare la scena. E lì, in un piccolo angolo di una villa sul Tevere, davanti alla telecamera, potenziato da un silenzio sospeso di una squadra di persone immobili e in bilico, il tempo si ferma e si consuma quella travolgente psicosi di gruppo che è il cinema.
“STOOOOP!” Un’altra scena è stata girata, e il delirio ricomincia.

Ed io, che in quella magica sinergia non ero ancora sicuramente entrata, finivo sempre per stare tra i piedi a qualuno.

Ho passato tutta la prima giornata a saltare come una cavalletta da una parte all’altra, dicendo “scusa”, “ops”, “permesso”, “mi sposto”.  Nei giorni dopo però è andata meglio: sono diventata presto l’addetta ai caffè, enorme scatto di carriera che mi ha permesso di passare repentinamente da scansatrice passiva a sagoma da scansare.

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Allego anche una vignetta che illustra uno dei miei primi gloriosi momenti sul set, e alcune foto della serata.

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